Chiamalo se vuoi calo d'ispirazione,
chiamalo pure blocco creativo
abbandonare carta e penna
per tuffarsi in un aperitivo
alle tre del pomeriggio,
pagina beffardamente bianca
come bocca spalancata a ingoiare la grandezza che ti manca
faccia a faccia con la tua banalità:
quasi come in uno specchio,
l'ombra sbiadita della tua faccia da accartocciare e buttare nel secchio
micro caos in nane a generare stelle danzanti
bensì scarabocchi
cancellature e sbavature di parole abortite
tristi persino agli occhi...
eppure c'è stato un tempo che le parole
avevano quella bella fragranza pastosa
nonostante circoli, movimenti, accademie e scuole
le parole significavano, erano "cosa"
ora non c'è ferita che non guarisca
semplicemente è sufficiente non grattarsi la crosta
fare il callo al prurito che scalpita
ché incastrata nel fegato l'anima crepita
d'una temeraria fragilità violentata e risorta
conato di luccicante malumore
passata la notte chiusa a chiave la porta
al rumore affascinante delle più piccole ore
e nel cuore di terra del cuore ritorniamo poi
a scavare con mani nude dall'amare
per cercare sapore "d'altro da noi"
che lapalissianamente in noi non può stare
e graffiando, grattando, scavando
il cuore infine si consuma
resta solo polvere ammucchiata senza polpa e schiuma
che solo vagamente può ricordarci
del cuore forma e sostanza
e il battito regolatore del raccontarci
sogni sbiaditi non ancora abbastanza:
qual'era l'essenza che cercavi, il centro di tutto, il punto?
La disperata spossatezza cui sei ora alfine giunto?
L'incredulità gelata del bimbo di fronte al vuoto dell'insistere?
Unghie rotte, mani rigate di terra:
diventa difficile, così, scrivere